Fuga dal retail: siete nel rifugio giusto?

Future Fuga dal retail: siete nel rifugio giusto?

La questione non è uscire dalla crisi ma entrare ancora di più nella crisi per poi separarsi dalla civiltà dei consumi.

sintesi

La Merkel afferma che ci vorranno 5 anni per uscire dalla crisi. Dissento. La questione non è uscire dalla crisi ma entrare (ancora di più) nella crisi per poi separarsi. Quando un matrimonio è irrimediabilmente in crisi, anziché trascinarsi ci si separa e si ricomincia da capo (con una nuova vita). Detto in termini chiari: una certa civiltà dei consumi è giunta a fine corsa. Liberiamocene.

Nell’era della discontinuità (se volete aggiungeteci civiltà digitale) non si perde più (solo) il lavoro perché non si vale ma perché quel lavoro non c’è più (vedi giornali e giornalisti). Idem per il retail. Nell’era della discontinuità (se volete aggiungeteci civiltà digitale) non si chiude più (solo) il negozio perché non vale ma perché di quel negozio non c’è più bisogno (e qui l’elenco sarebbe lunghissimo).

Digitalizzazione, disintermediazione, smaterializzazione. Ovvero: il mio negozio fisico sparisce o serve ad altro. New shopping experience: mia figlia (14 anni) ha provato in un negozio vicino a casa un paio di All Star (costo 65 euro) e poi le ha ordinate da Amazon (costo 37 euro). Dimenticavo: direttamente dal negozio con il tablet. Così faranno tutte? Sette anni fa scrissi che dal panorama commerciale sarebbero spariti edicole, librerie, noleggio dvd, negozi di dischi e molto altro ancora. Lo so: sparare scenari apocalittici è relativamente facile e di sicuro effetto, ma ero convinto (e oggi i fatti lo dimostrano) che la digitalizzazione avrebbe creato non pochi grattacapi a un retail fisico troppo assopito. Il quale ora deve correre ai ripari o forse solo correre e basta, il più lontano possibile, abbandonando i vecchi format obsoleti. Si può provare puntando sull’aggiornamento dei trend con i vari trendwatching.com & co e di nuove tendenze sul retail ne trovate a iosa. Si può provare puntando sul fabbing shop ovvero negozi concepiti come sartorie digitali dove si realizzano in tempo reale prodotti su misura disegnati dagli stessi clienti (in Belgio a Bruxelles ha aperto il primo pdv che vende esclusivamente prodotti ottenuti con la prototipazione rapida, vedi www. mgxbymaterialise.com). Si può provare puntando sul social, sull’aggregazione, sul feedback, sul service design e tutto quello che vi viene in mente. Si può provare di tutto ma non è questo il punto. Il punto è che almeno un 30% del retail in circolazione deve comunque sparire perché non serve più. Ai vari saloni del franchising un buon terzo delle proposte è di una pochezza imbarazzante. E non è questione di crisi o non crisi.

Quando ci saranno di nuovo più soldi non faremo di nuovo più shopping. Si farà altro perchè la vecchia shopping experience ha rotto. Così come il possesso e la proprietà (meglio accedere e usare). La libertà digitale è (anche) una libertà dalle cose fisiche. Il salto antropologico in atto non è chiaro a molti. E intanto pare che ci sia solo posto per il sottocosto. Si saldi chi può (compreso Ikea)! Tirando le somme: dove fuggire, dove nascondersi e come ripartire? Mi sento di dare un piccolo consiglio a molti retailer. Smettetela con i budget, i trimestri, il breve periodo e con molte pratiche aziendali oramai fuori luogo (e fuori tempo). Prendetevi del tempo (in alcuni casi abbandonate il morto che cammina), rifugiatevi in un luogo pensante e progettate un nuovo retail. Perché il paradosso è che siamo di fronte ad un eccesso di opportunità. Il salto antropologico in atto produce una nuova specie (umana) che chiede nuove offerte, completamente diverse. Davanti a noi si aprono immense praterie pressoché disabitate dalla razza retail. Il problema è che molti hanno gli occhi puntati su spazi affollati. Guardate altrove e occupate nuovi spazi. Nel frattempo mentre meditate sul da farsi (ri-inventarsi) potete temporeggiare con la diet exit strategy che ho descritto nel lontano 2005 nel mio speciale “Retail survival trends”.

Weconomy book

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    Il primo mattone che ha dato il via al progetto Weconomy. Weconomy, L’economia riparte dal noi esplora i paradigmi e le opportunità dell’economia del Noi: più aperta, più partecipativa, più trasparente fatta di condivisione, reputazione e collaborazione. Grazie al mash-up di contributi internazionali e alla partecipazione di oltre 40 co-autori, Weconomy Book è un serbatoio di energia, pensieri, teorie, storie, pratiche e strumenti che ruotano attorno al tema del talento collettivo. Un incubatore informale e aperto al contributo di tutti, per immaginare, creare e continuare ad innovare il futuro dell’economia.

Magazine

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