Human-driven technology

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In un contesto di rapido cambiamento, il ruolo del manager è come quello dell'educatore che deve esplorare i nuovi problemi e non attivare solo una posizione “me too”.

  • L’apprendimento come il pensare richiede il suo tempo.
  • Per comprendere gli effetti delle proprie decisioni occorre allargare lo spettro degli impatti, spettro dimensionale e temporale.
  • Se non osservo i risultati, non imparo.
  • Il manager è come un educatore che deve esplorare i nuovi problemi e non attivare solo una posizione “me too”.

L’atto del pensare richiede tempo. Tempo di qualità, ovvero spazio riflessivo in cui aumentare l’osservazione di fatti ed elementi che poi vanno connessi per formulare apprendimento e nuovi comportamenti. Quando non si ha tempo si procede con l’intuito. L’intuizione è geniale ma anche sregolata perché più fallibile. Ma siamo nell’epoca dell’errare humanum est! Si inneggia alla poetica dell’errore come trampolino di conoscenza e progresso. Come si fa ad innovare senza fare errori?

Per comprendere gli effetti delle proprie decisioni occorre allargare lo spettro degli impatti, spettro dimensionale e temporale

L’apprendimento come il pensare richiede il suo tempo. L’apprendimento si basa anche sull’esperienza diretta, ovvero sul poter contare sul fatto che se prendo una decisione oggi, ne vedo gli effetti un domani e dal confronto tra input e output (al netto di analisi di contesto e sue mutazioni) capisco come migliorare le mie decisioni. Peter Senge scriveva che molti uomini prendono decisioni di cui poi non raccolgono i risultati. Ce l’aveva con i manager che periodicamente cambiano posto di lavoro senza avere modo di maturare curve di esperienza che correlano le loro decisioni con gli effetti. Gli effetti, diceva Senge, non sono solo diretti. Spesso le cause si manifestano in maniera indiretta e sistemica. Per comprendere gli effetti delle proprie decisioni occorre allargare lo spettro degli impatti, spettro dimensionale e temporale. Ciò richiede tempo. Ma se non osservo i risultati, non imparo.

Il preambolo si giustifica solo se adesso ci aggancio un “so what” connesso al tema di questo quaderno: Il ruolo delle persone nello scenario delle macchine intelligenti. Si inneggia alle macchine che imparano ad apprendere. Macchine capaci di interpretare laghi di dati e selezionare scelte migliori, in pochi secondi. L’uomo a differenza della macchina può capire ed essere consapevole dell’errore che sta facendo. Le mie osservazioni sono semplici e forse sempliciotte.

La progressione tecnologica è una curva esponenziale ormai ripida e rapida. Il nostro apprendimento è però molto più lento. Lento perché siamo immersi in un flusso che cambia e quindi procediamo al massimo con intuizione e speranza. Di certo abbiamo perso la possibilità di digerire e valutare gli effetti derivanti dall’innovazione. La televisione è stata una tecnologia che abbiamo digerito nello spazio di una generazione. A quindici anni dal boom di internet aumentano le critiche di chi lo ha fondato e oggi ne osserva il depistaggio negativo. Nel 2001 esisteva il concetto della “saggezza del crowd” parlando di internet. Oggi basta un giro sui social per accantonare il positivismo di quella affermazione. Dicono “non doveva andare così”.

Il nostro apprendimento è lento anche perché abbiamo sempre meno tempo di qualità per interpretare e imparare o quantomeno allenare il nostro pensiero critico. Siamo come genitori che devono impegnarsi nel mestiere di educatore. I figli crescono prematuri e anticipano problemi e utilizzi tecnologici. Oggi un undicenne pone questioni da sedicenne di 10 anni fa. La questione arriva spesso inaspettata in una cena di famiglia. Il genitore è impreparato e stanco. Cerca di capire il contesto ma ha dimenticato come si fanno le domande intelligenti. Il suo gap generazionale lo mette in una posizione fintamente superiore e asincrona. Nasce il conflitto che spesso per stanchezza porta a compromessi e scelte che rispondo solo all’esigenza del quieto vivere e del seguire la moda. L’educatore dimissiona, si adegua al flusso. Prende decisioni senza esserne protagonista critico. Il suo pensiero? Non lo allena. La sua esperienza? Non ne ha sul tema. È tutto nuovo! I consiglieri di famiglia? Spesso sono altri genitori che vivono la stessa trappola o, peggio, consulenti emergenti che portano idee ben strutturate formate nelle aule dei social e del dibattito contemporaneo… spesso superficiale. Io sono in competizione con uno youtuber di 16 anni!

Così i manager? Occhio a immaginare gli impatti delle nostre decisioni in questo momento storico. Il manager è come un educatore che deve esplorare i nuovi problemi e non attivare solo una posizione “me too”. Viviamo molte tecnologie e molte decisioni per la prima volta. Siamo impreparati. Per questo il nostro ruolo oggi è ancora più critico. Human driven technology.

Weconomy book

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