Errore o sbaglio? Dall’apprendimento alla cultura del permesso

Management Errore o sbaglio? Dall’apprendimento alla cultura del permesso

L’attivatore “permesso” ha implicazioni profonde. Una riflessione sul rapporto tra le culture dell’errore e del risultato e il ruolo dell’apprendimento

  • Per dare davvero spazio alla "cultura dell'errore" alcuni ambiti delle organizzazioni devono essere, in parte, ripensati
  • La "cultura del permesso" supera la retorica dell'errore a promuove la sperimentazione e la responsabilità

Nei processi di trasformazione che ogni giorno coinvolgono le aziende, sempre più spesso si ascoltano speech di manager rivolti alle loro persone che reclamizzano il concetto di errore.
Peccato che la platea in ascolto abbia quasi sempre un’espressione di incredulità stampata in fronte a lettere così grandi che sicuramente, il giorno dopo, tornando alla quotidianità, nessuno – neanche per sbaglio – si permetterà di fare un errore.

Perché?
Non ho una risposta, ma una teoria: se parliamo di cultura dell’errore stiamo tralasciando almeno tre cose.

1. Ci stiamo dimenticando che, per decenni, abbiamo spinto la cultura del risultato e dell’execution, dove qualcuno o qualcosa ha l’autorità per distinguere cos’è giusto (in logica si direbbe “vero”) da cosa non lo è.
Culture, quelle del risultato e dell’execution, ancora indispensabili in alcuni ambiti delle organizzazioni, ma che richiedono di essere, in parte, ripensate per creare spazio per l’errore.

2. Stiamo trascurando un aspetto chiave della cultura aziendale: la permanenza. Citando un articolo dell’Harvard Business Review, la cultura è qualcosa di implicito, un linguaggio silenzioso, che orienta i comportamenti delle persone a lungo termine. 

3. Stiamo prendendo alla leggera la connotazione negativa della parola errore, in questa cultura “permanente” orientata al risultato.  

E quindi, cosa possiamo fare per accompagnare percorsi di re- e upskilling che inevitabilmente portano a commettere degli errori?

Possiamo promuovere la cultura del permesso e abbiamo tante buone ragioni per farlo.  Innanzitutto perché permesso è una bella parola, una parola positiva. Significa “lasciare andare” e ha un prefisso potentissimo “per-” che ha, tra gli altri significati: “il portare a compimento, a perfezionamento”. Quindi, una cultura che lascia andare fino a compimento il viaggio dell’apprendimento. E così si riscatta anche il concetto di errore nel suo significato più letterale, quello dell’errare senza una direzione certa, come in un percorso di sperimentazione che ha, nell’innovazione individuale, il suo senso più pieno. Un errore positivo che si contrappone allo sbaglio, dall’etimo “s-badare”, non osservare, inteso come mancanza di cura, di attenzione. 

La cultura del permesso lascia andare fino a compimento il viaggio di apprendimento

Una cultura, quella del permesso che, rispetto a quella dell’errore, ha molte più possibilità di integrazione nelle organizzazioni in cui orientamento al risultato e all’eccellenza sono valori radicati.

Certo non è facile. Ci vuole tanta energia per attivare e far vivere la cultura del permesso, e da più parti. 

Come soggetti dell’apprendimento, ci vuole energia per darci il permesso di sperimentare e per chiederlo alla nostra organizzazione. Per accettare l’errore della sperimentazione, assumercene la responsabilità, accogliere i feedback e tradurre tutto questo in apprendimento. 

Come manager, ci vuole energia per definire gli ambiti del permesso, costruirne i singoli perimetri e supportare le persone nel loro percorso di trasformazione, pronti ad affrontare i rischi dell’errore e a evitare i rischi degli sbagli.  

Come organizzazioni, ci vuole energia per creare le condizioni di questa integrazione culturale, per misurarne il valore e restituirlo ai propri clienti.  

 

 

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